All the best

I Wish you love
I Wish you Happiness
I Guess I Wish You
All the best
Carla Bruni

Quarantena, giorno 50.

Oggi è Lunedì e mi sono alzata alle 8 come ogni mattinata lavorativa da casa: mi sono lavata, ho indossato la tuta pulita, acceso il pc, messo su il the e fatto colazione davanti al monitor.

Mr Doolie dorme.

Tutto intorno aleggia un silenzio pesante come le coperte di lana vecchia che tenevamo nella casa di campagna. Quel peso che ti schiaccia, in cui non riesci a girarti comodamente ma sotto cui resti, perchè sai che è l’unica possibilità che hai per restare al caldo.

Continuo a lavorare ininterrottamente da casa ormai da quasi due mesi. Siamo usciti pochissimo:

– una spesa da 400 euro all’Esselunga

– due volte dal macellaio

– una volta al Conad sotto casa

– due volte dal fruttivendolo carissimo

– una volta in farmacia

– meno di 48 ore in Umbria per votare

Uscire mi mette straordinariamente a disagio. Non è paura, è più una sensazione sotto pelle, un po’ come quando camminavo per le strade di Colombo con la mia Reflex in mano. Tutto profuma di spezie, tutto puzza di fogna.

Quando la situazione è sfuggita di mano lavoravo a Firenze, poi ho ricevuto una telefonata: non puoi più restare, devi tornare su.

Ho preso il treno tenendomi la sciarpa sul viso tutto il tempo. Il viaggio è stato lungo, la tratta su Lodi ancora interrotta ha provocato l’ennesimo ritardo.

Quando sono arrivata a casa ero sollevata, quasi euforica. All’inizio ho pensato che per la prima volta in tanto tempo potessi riposarmi senza dover vivere perennemente con la valigia in mano.

Abbiamo iniziato a cucinare ogni giorno come se attendessimo gli ospiti di Babette, siamo stati sempre fortemente contrari alle consegne a domicilio e abbiamo mantenuto il proposito di non ordinarci mai cibo su Deliveroo.

Vorrei mangiare sushi seduta in un ristorante, alzarmi stordita dal vino, tornare a casa, fare l’amore, dormire.

Per fortuna sappiamo prepararci un ottimo pokè e la cosa, paradossalmente, mi consola.

Mi consolano molte cose in realtà, avere una terrazza bellissima e soleggiata per esempio. La vista che domina sul centro e permette al mio sguardo una visione orizzontale, una prospettiva sulle distanze.

Mi consola aver comprato un nuovo smartphone ai miei e poterli videochiamare ogni giorno.

Mi consola l’abbonamento Spotify Premium che mi permette di ascoltare tutta la musica che voglio in ogni istante.

Mi consolano gli allenamenti yoga e quelli di Zumba fatti rigorosamente grazie alle dirette Facebook.

Mi consola che tutte le persone che conosco siano in salute, salvi nelle loro case.

Mi consola il frigo pieno e la scorta di carta igienica.

Mi consola aprire la porta della camera da letto e vedere il corpo di Mr Doolie che respira profondamente nel sonno.

Mi consola che nonna Iolaide sia morta l’anno scorso e sapere che almeno quel nodo alla gola per la distanza io non lo provo più.

Mi consola non ascoltare più il telegiornale delle 18.

Mi consola l’aperitivo estemporaneo organizzato su Zoom con i miei amici di sempre.

Mi consola non stare male, aver avuto solo quattro giorni di mal di pancia e appena pochi momenti di irrigidimento muscolare nonostante la mia mobilità sia ridotta a poco meno di cinquecento passi al giorno.

Mi consola la nuova ciccietta che ho messo su.

Più di tutto mi consolano le belle giornate di sole che portano con loro l’illusione che prima o poi dovrà per forza andare meglio di così.

J’aime l’orage

Les jours d’orage

je prends la fuite

la mousse grise m’envie

quand elle prie, je médite

et ma peau miroite encore

les images mystiques d’une ville…

Camélia Jordana

Chiquita Madame non ha mai amato i giorni di pioggia, nemmeno quelli autunnali, che magari cadono di sabato e domenica, quando starsene appollaiati sul divano non necessita deroghe o scuse.

Chiquita Madame non ha amato la pioggerellina soffice da manuale quando viveva a Londra, nè gli scroscioni torrenziali e senza pace delle Azzorre. Chiquita Madame non ama la pioggia nemmeno quando è provvidenziale e arriva dopo infiniti periodi di secca.

Semplicemente Chiquita Madame vive bene al sole e in situazioni in cui le possibilità di immagazzinare vitamina D aumentano. Tuttavia…

… Chiquita Madame sa che la pioggia è necessaria, la maggior parte delle volte salvifica e che il suo fluire purifica, pulisce e offre seconde possibilità.

La pioggia sulla terrazza di Chiquita Madame è caduta inesorabile per tutta la scorsa settimana, giorno e notte, privandola, in una condizione di isolamento, anche di quelle ore da passare in terrazza all’aria aperta. Lo stesso, ora che il tepore primaverile è tornato, è mostruosamente felice del potersi occupare di nuovo del suo orto che cresce tanto rapidamente da farle credere di essere quello del fagiolo magico e di poter leggere un libro guardando l’orizzonte.

Oggi è iniziata ufficialmente la fase 2, forse tra qualche settimana Chiquita Madame potrà tornare nell’Umbriashire riabbracciare anche lei i suoi ‘congiunti’. Nell’attesa e contro il severo parere di Mr Doolie, Chiquita ha deciso di comprarsi una bicicletta e, benché le possibilità di cadere siano date 9 su 10, l’idea di poter salire su una sella, anche se per finta, la emoziona terribilmente.

Message in a bottle

Walking out this morning, I don’t believe what I saw
hundred billion bottles washed up on the shore
Seems I am not alone ah being alone
Hundred billion castaways, Looking for a home

The Police

Giorno 72. Chiquita Madame da quando è cominciata l’infausta pandemia che tutti costringe a casa ha attraversato varie fasi umorali.
Dall’euforia, all’anomia, dalla preoccupazione alla finale accettazione.
Insieme a Mr Doolie hanno strutturato check-list atte a scadenzare attività, provviste, ore di lavoro, videochiamate agli amici e ai parenti, unità alcoliche, rapporti sessuali e ore di televisione concesse.
Ci si allena un giorno sì e un giorno no. Se si salta un allenamento si recupera nel fine settimana. Il proposito ha retto i primi 50 giorni alla fine dei quali è scattata una generale entropia ginnica in cui ormai si recuperano pure 4 turni persi in un solo pomeriggio.
Con le provviste Chiquita Madame & Co. sono stati, al contrario, degni di una medaglia all’encomio dell’autosufficienza: una visita al supermercato ogni 24 giorni, una visita dal macellaio ogni 10 giorni, una visita dal fruttivendolo ogni venerdì. Non sono concesse deroghe nè cibi consegnati con Deliveroo o Just-Eat cui, entrambi, sono fermamente contrari.
Le ore di lavoro hanno raggiunto, nel caso di Chiquita Madame, anche picchi di 13 ore consecutive. Ad oggi e in fase calante, ci siamo assestati sulle 9 ore intervallate da varie attività di rimessaggio, preparazione dei pasti, coccole.
Le videochiamate sono concesse solo il sabato e la domenica. In particolare, ormai da 11 settimane il sabato pomeriggio si organizza un aperitivo con gli amici di giù cui riescono a collegarsi un numero mai inferiore agli 8 partecipanti.
Le unità alcoliche concesse sono di due bicchieri per Mr Doolie, uno per Chiquita Madame da consumarsi rigorosamente a cena nei giorni feriali. Nei we i bicchieri salgono a 3 per entrambi. La domenica si beve birra perchè si mangia la pizza.
I rapporti sessuali si consumano nei giorni pari e chi resta stupito della mancanza di spontaneità dettata dal calendario Chiquita Madame vi dice che, al contrario, sono concesse parecchi extra, tuttavia, sapere di avere un ‘appuntamento’ fisso rende l’affaire quasi più romantico.
La tv, rigorosamente in streaming, è concessa solo dopo le 18.

In tutto questo rigoroso hora et labora, Chiquita Madame è riuscita a organizzare un ‘fottutamente hipster’ orto in terrazza. Allo stato attuale si attende insalata, zucchine, peperoni, aglio, cipolle, ravanelli e fragole. Le zucchine stanno facendo le foglie gialle. Speriamo bene.

I

Hope of Deliverance

When It Will Be Right, I Don’t Know.
What It Will Be Like, I Don’t Know.
We Live In Hope Of Deliverance From The Darkness That Surrounds Us.

Paul McCartney

 

Nella vita di Chiquita Madame nelle ultime sei settimane sono avvenuti due fatti sconcertanti:

  • la conoscenza di un Professore-Luminare- Candidato al Nobel che le ha permesso di entrare in un protocollo sperimentale che in soli cinque giorni dall’inizio delle nuove terapie non solo l’ha rimessa in piedi, ma, le ha fatto accantonare  deambulatore e stampelle e archiviare completamente l’idea del “che resto di vita di merda che mi aspetta”
  • la conoscenza di un uomo nuovo, meglio noto come l’Orso Marsicano, capitato in un momento talmente inappropriato dell’esistenza di Chiquita Madame da esserne diventato non soltanto il fidanzato ma anche la figura cardine che accompagna le sue giornate. Dal mattino alla sera.

Essere passati da una condizione di infermità fisica e una forma mentis ormai stabilizzatasi sull’accettazione della malattia e un destino inesorabile a una in cui non soltanto può camminare normalmente, ma anche non provare dolore, saltare, andare a cavallo, fare l’amore, fare la spesa, guidare la macchina, fare tardi la sera, programmare viaggi, ma anche soltanto una serata alle terme, ha gettato la povera Chiquita Madame in uno stato di euforia tale da non riuscire, talvolta, a contenere le urla di gioia.

Tuttavia, la notte capita sempre che Chiquita si svegli in preda al panico, con le fauci secche come se le avessero cacciato in gola un pugno di sabbia, che si tasti convulsamente le gambe e le braccia per controllare che tutto funzioni regolarmente. E succede che ogni risveglio, prima di scendere dal letto, aspetti almeno cinque minuti in cui  respira nel terrore puro di scoprire che è finito tutto. Che è stato un al lupo! al lupo!, un bellissimo sogno, un’illusione. Un inganno di proporzioni gigantoscopiche. Una beffa dell’Altissimo.

Lo stesso, per ora si gode questa meravigliosa seconda opportunità. Questa vita nuova. Questa grande, infinita bellezza.

 

Call it fate, call it karma

So don’t you wanna remind me?
I don’t know a thing
And some of us remember
And some run in their place

The Strokes

Chiquita Madame oggi è nella giornata deambulatore. Chiquita Madame è triste, non disperata. Soltanto triste. E, nonostante l’amico L. tenti di corroborarle lo spirito dicendole che più passa il tempo più si convince che prima o poi lei farà la fortuna di un uomo speciale, più Chiquita pensa che non vi sarà mai via d’uscita né a questa malattia, né a questa virtuosa anomia in cui stringe la sua quotidianità.

Chiquita Madame non ha divulgato ai quattro venti il suo stato di salute. Ha preferito non informarne il regno intero, per pudore, per educazione verso il dolore, perché non gradisce la compassione, perché non concepisce avere attenuanti. Perché tutto andrà bene alla fine, e se non va ancora bene vuol dire che non è ancora arrivata la fine.
Tuttavia pensava a quant’è strano che nessuno su facebook si sia accorto che ormai tutte le foto che pubblica sono scattate mentre sta seduta.

Chiquita Madame è passata due volte sotto casa di Richard Burton di recente. Per due volte si è girata di scatto per vedere se le finestre della sua villa fossero aperte. Che poi non sarebbe cambiato niente, ma, almeno avrebbe saputo che lui è vivo. Che lui è ancora lì e non in qualche parte nuova del Mediterraneo.

Chiquita Madame, nonostante tutto, continua ad avere una  più o meno regolare vita sessuale, con questo o con quello. Tuttavia, fare sesso quasi non le piace più. Fare l’amore è diventata una mera pratica contro l’isteria. Quasi una prescrizione medica. Spesso si annoia, la maggior parte del tempo spera che duri poco.
Sabato sera Pattinson dopo averle espresso le sue preferenze per un determinato genere pornografico le ha chiesto: e tu? che ti piacerebbe fare? Chiquita ha risposto: onestamente…?! mi basterebbe pomiciare.

I baci Bernardo, nella vita bisogna saper ba-cia-re.

E con questo, Chiquita Madame passa e chiude.

I don’t believe you

I don’t mind it
I still don’t mind at all
It’s like one of those bad dreams when you can’t wake up
Looks like you’ve given up, you’ve had enough
But I want more no I won’t stop

P!nk

Certi momenti Chiquita Madame perde la cognizione di sé, dimentica dov’è, perché, cosa sta facendo. Sono delle micro-frazioni che durano un attimo, talvolta due, in cui tutto si annebbia.

Tempo fa le è successo perfino mentre tornava in macchina dalla sua magione nell’Umbriashire.

E’ desolante fare di una malattia il proprio argomento di conversazione, per questo Chiquita ne scrive, perché, con gli altri, quasi nessuno riesce a toccare l’argomento. Non è esattamente una negazione, quanto un’imposizione ch’ella fa a se stessa: non permettere ai suoi dolori di prevalere sul buon senso, sul ricordo che pretende che gli altri conservino di lei, ch’essi non pronuncino mai un ‘Povera Chiquita Madame!’.

Due notti fa Chiquita Madame ha sognato il giorno del suo funerale, la folla, la bara di larice in cui pretende di essere sepolta quando e se sarà, perché metti invece una fatalità, un colpo normale, come alle persone normali, invece che quest’agonia per sempre e non ci lasceremo mai? Sul pulpito saliva Pattinson che dopo averla ricordata come una donna non soltanto famosa per la sua bellezza, la sua brillante intelligenza e rinomata comicità, la cita come il culo più bello  su cui uomo libero abbia potuto posare gli occhi, sottolineando E lei avrebbe voluto che lo dicessi! e tutti i partecipanti gay e non, si guardano l’un l’altro con un cenno d’approvazione reciproca. Che strano, morire in sogno.

Poi ci sono serate normali, tipo ieri che è passato per la sorpresa del martedì A. per portarla a cena fuori e lei aveva già cenato e lei è andata lo stesso e lui le ha detto che Come sei bella oggi con questi occhi stanchi. E Chiquita ha sorriso e ha pensato che strano, essere bella con gli occhi stanchi.

Tra esattamente due mesi Chiquita e A. partiranno per un we a Parigi. Per l’occasione è stata prenotata una suite con vista Sacre-Coeur con Jacuzzi in stanza e champagne di benvenuto. La verità è che di tutto il mondo affettivo che la circonda lei si fida soltanto di A. quando si tratta di partire. Di nessun altro e soltanto di lui. Che da uno sguardo prevede uno svenimento, che conosce ogni medicina, che quando il sasso che ha in testa le annoda tutta la fronte la guarda e dice mannaggia, mò, sdraiati. Che alle Seychelles col sole alto e l’umidità al 98% decideva di incollarsi borse, macchine fotografiche e perfino Chiquita Madame, pur di non vederle il fiato corto.
Perché l’amicizia può essere un amore splendido, forse l’unico che ha mai conosciuto Chiquita.
E di questo, non può ch’essere grata.

 

Spirit in the Sky

When I die and they lay me to rest
Gonna go to the place that’s the best
When I lay me down to die
Goin’ up to the spirit in the sky
Goin’ up to the spirit in the sky
That’s where I’m gonna go when I die
When I die and they lay me to rest
Gonna go to the place that’s the best

Norman Greenbaum

Chiquita Madame ha vissuto uno splendido mese da asintomatica.

Una mattina, dopo una settimana di un’influenza così tosta che pensava avesse contratto anche la ZIKA, si è svegliata e non aveva sonno, non le facevano male le gambe, non le doleva la schiena, non le davano fastidio i rumori, non sentiva rimbombi e…udite! udite! riusciva perfino a non pisciarsi sotto. All’inizio ha pensato bene di convocare subito un concilio Vaticano straordinario per gridare Al miracolo! invece, dopo attenta riflessione, ha deciso di chiamare il suo fantastico pool di medici Teletubbies e chiedere:

  • Senti un po’ dottorì… ma niente che niente ve siete sbagliati e io so sana come un pesce o miracolata di Lourdes?!

I Teletubbies all’unisono hanno sorriso e poi con sguardo compassionevole spiegato che le altalene sono una costante dell’annosa malattia che corrode l’esistenza di Chiquita Madame, di godersele, non abusarne e non credere nelle parabole, lei non è Lazzaro e presto o tardi tornerà a camminare come uno dei ballerini zombie di Thriller.

Chiquita Madame ha preferito vivere i suoi giorni da persona sana pianificando imprese iperboliche, allenamenti di fitness che non ha potuto fare, serate danzanti in discoteca nemmeno fosse stata una groupie degli ABBA, visite culturali inutili e viaggi in capo al mondo. In generale è riuscita soltanto a sentirsi generalmente meno stanca e a non farsi compiangere mentre si alza dal sedile della metro. E’ in compenso riuscita a:

– fare molto tardi per ben tre sabati di fila
– visitare Nonna Iolaide spesso e volentierti
– vedere più di un amico per recuperare lacune d’intimità ormai simili al cratere del Monte Fato

Poi, pochi giorni fa si è alzata dalla sedia e ha sentito una fitta lancinante alla schiena, è caduta e ha capito che DAS MONSTER era tornato dalla vacanza. Si sono stretti la mano, lui si è accomodato sul culo di Chiquita Madame e le giornate hanno ripreso a scorrere più o meno come prima di un mese fa.

Ad oggi il cambiamento sostanziale sta nella forma che stanno assumendo le gambe di Chiquita Madame: due zampe di gallina gonfie e un po’ storte, livide e piene di ristagni linfatici. Le due zampe di gallina stanno di molto aiutando il livello di sottostima di Chiquita Madame a raggiungere quote talmente basse da scendere giù al centro della terra.

Il morale resta lo stesso stabile, fatta eccezione di picchi di rabbia e misantropia che la portano a scontri con Herr Mutter, i parcheggiatori abusivi, l’infido Capo e a vivere momenti di autoesilio in cui non parla, guarda musical con Gene Kelly in loop e vuole vedere nessuno e resta sul divano a piangere non tanto la disgrazia della sua malattia quanto la presenza ingombrante della cellulite mugugnando sommessamente “volevo essere almeno una malata sexy…”

E il resto, come va? Il resto non c’è. Ci sono gli amici, ormai pochi, pochi, ma buoni, buoni. Restano tanti ricordi, alcuni belli, tanti orribili e resta un’enorme assenza d’amore nella vita di Chiquita che lei desidera volontariamente sforzarsi di non compensare con alcun surrogato della figura di un fidanzato. Forte della fresca visione di ‘Perfetti sconosciuti’ la vita di coppia non le manca affatto, al contrario.
Il dialogo con l’Altissimo resta, per fortuna, costante, così come l’elenco dei perché che ogni giorno gli sottopone. Al momento, Chiquita è in attesa che il famoso lei motiv Todo Cuadra le spieghi un paio di fatterelli, per il resto è solo noia.

 

 

 

 

Carissima Nonna

Ma io sono viva nonna, il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto. Tenerlo in mano e metterlo in tasca, spostarlo sul comodino come fosse un fiore in un vaso, uscire, poi rientrare e ritrovarlo lì. Come potremmo vivere senza placare la memoria, che non vuol dire arrendersi, o dimenticare, ma lasciare che il caldo si raffreddi, che il bagnato si asciughi, che ogni cosa si trasformi e nasca un inizio da ogni fine. Che la fame si sazi per tornare a essere fame. Che il desiderio si estingua per rinascere. Che il sonno dia pace alla stanchezza per avere sonno di nuovo. Ogni minuto della vita gira attorno a qualcosa che non c’è più perché qualcos’altro possa accadere. Guarda. I bambini smettono di piangere l’assenza della mamma, all’asilo, e le corrono incontro ridendo quando torna. L’hanno dimenticata, in quelle ore? Ti amputano una gamba dopo un incidente, come è successo a papà, e con la protesi riprendi a camminare e persino a guidare la moto. Hai dimenticato la tua gamba oppure è proprio perché la ricordi – e insieme ne sopporti l’assenza – che puoi ancora muoverti nel mondo? C’è bisogno di essere felici, nonna, per tenere testa a questo dolore inconcepibile. C’è bisogno di paura per avere coraggio. l’assenza la vera misura della presenza. Il calibro del suo valore e del suo potere.

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

 

 

La Scomparsa di Chiquita Madame      

Tragedy is a foreign country. We don’t know how to talk to the natives.

Da ‘The Disappearance of Eleanor Rigby’

Chiquita Madame decise di non dare troppe spiegazioni quando chiuse queste pagine al suo gentile pubblico.

Chiquita Madame stava vivendo un periodo di assestamento tettonico da cui si è sviluppata l’attuale derivazione dei continenti in cui si è fermata a vivere.

Alcuni hanno scritto, in tanti hanno bussato alla porta della sua casa chiedendo di entrare, almeno per un caffè. La verità è che le dispense di casa Madame sono rimaste a lungo più che vuote, svuotate, come prima di una lunga partenza, non tanto dagli altri, ma, soprattutto da se stessa. Per questo motivo,di caffè o the non se ne potevano proprio offrire.

Il perché di tanto fuggire risiede particolarmente nel risveglio di una mattina di circa sei mesi fa, in cui le gambe di Chiquita Madame smisero di funzionare. Mentre si illudeva che fosse solo una brutta tendinite causata da banale sovrallenamento sportivo, Chiquita  lasciò passare i giorni e poi i mesi, pretendendo di continuare come se nulla fosse nel suo normale quotidiano. Anche se alzarsi da una sedia con la stessa scioltezza di prima era diventata un’impresa e trattenere la pipì una scommessa contro il tempo.

Un giorno di Agosto, mentre sedeva sul sedile posteriore di un motorino modificato che correva forte nella giungla dell’isola di Ko Phangan si è resa conto che non sarebbe più riuscita a scendere. Allora e solo allora ha accettato l’ipotesi di vedere il medico giusto e fare le analisi giuste.

Oggi sono esattamente tre mesi da quando Chiquita Madame ha iniziato una massacrante terapia del dolore che l’ha portata a isolarsi da quasi tutto il circostante, a non uscire di casa se non per andare nell’Umbriashire e sdraiarsi sul divano e spararsi inesorabili maratone di film in costume.

Poi un giorno l’amico A. ha chiamato Chiquita e le ha detto che volente o nolente avrebbe dovuto cominciare a valutare l’ipotesi che il divano e un bagno a portata di mano non potevano essere una soluzione e che avrebbe dovuto cominciare a considerare la possibilità di tornare, nonostante tutto, a una vita normale. A una vita normale, nonostante tutto.

E così tra una riabilitazione e l’altra Chiquita Madame ha cominciato a riaffacciarsi al presente.

Non ci riesce sempre, ma si trascina, si autoconvince, respira dieci volte prima di provare ad alzarsi nella speranza di prendere tempo e che nessuno si accorga di come muove le gambe.

Da una settimana ha ricominciato a portare i tacchi. Sempre da seduta.

La verità è che certe tristezze sono come i paesi stranieri. Non sappiamo mai come comunicare coi nativi.

Storia di una giovane volpe e di come imparò ad amare

Tanto tempo fa, in un regno lontano, lontano, vivevano moglie e marito in una casina di pietra nel bosco, proprio accanto al ponticello vicino il fiume.
La coppia era modestamente felice, viveva di lavori di fatica, mangiava con parsimonia e trattava con affetto i fedeli animali del cortile. Dodici stagioni erano passate dal giorno delle nozze e la coppia che desiderava più di ogni cosa essere benedetta dalla nascita di un figlio, sera dopo sera, pregava il Signore facendo l’amore.
Un pomeriggio freddo d’Inverno che soffiava forte il vento gelido dell’Ovest una giovane volpe affamata bussò alla porta della casina di pietra. La moglie aprì e sorpresa chiese alla volpe cosa desiderasse. La volpe disse che aveva fame e il profumo dello stufato l’aveva spinta a bussare. La donna accolse la giovane volpe alla sua tavola, la sfamò con un bel piatto di stufato caldo e un bel pezzo di pane croccante.

La sera quando il marito tornò dal bosco non si sorprese della presenza del nuovo ospite, anzi, con la generosità che gli era tipica offrì alla giovane volpe il calore del suo fuoco e un riparo per la notte.

Al risveglio la coppia constatò con tristezza che la giovane volpe se n’era andata, tuttavia, aveva lasciato la tavola apparecchiata per la colazione e una piccola bottiglia di cristallo accompagnata da un biglietto:

Contiene dieci lacrime di riconoscenza. Se entrambi ne berrete metà ciascuno sarete presto ripagati dalla nascita di una bella bambina, ma, ricordatevi di berne l’esatta metà a testa, altrimenti un sortilegio ricadrà sulla nascitura.

La coppia pensò a lungo su come fosse possibile misurare l’esatta metà di una bottiglietta di dieci lacrime. Per tre giorni e tre notti pensarono assieme a una soluzione, ma, solo il compromesso d’affidarsi alla sorte divenne possibile.

Sedettero l’uno accanto all’altra e prima che calasse il sole del quarto giorno, con mano tremante prima lui e poi lei bevvero dalla bottiglietta. La notte si coricarono l’uno accanto all’altra e con speranza fecero l’amore. Poco tempo dopo la moglie constatò con felicità di essere incinta, ma, superata la gioia iniziale subito fu presa dal timore di non aver bevuto l’esatta metà delle lacrime della volpe e cominciò a tormentarsi. Il marito spaventato che la moglie potesse cadere pazza decise di andare alla ricerca della volpe per chiederle il perché di un regalo tanto bello e crudele al tempo stesso.

Dopo aver girato tutto il bosco dieci e dieci volte, sconfitto dal freddo, l’uomo tornò a casa dalla moglie che lo accolse serena e lo rassicurò dicendogli di come nella solitudine si fosse convinta che per quanto grande potesse essere il sortilegio avrebbero amato lo stesso la loro bambina tanto più se fosse nata speciale.

L’uomo rincuorato si lasciò sfamare con un piatto di zuppa calda e una fetta di pan pepato e poi si sedette accanto al fuoco abbracciando stretta la moglie.

Passarono così otto mesi e 28 giorni e una notte calda e piena di stelle la donna fu presa dalle doglie. Il marito temeva molto per la vita della consorte e della figlia, la moglie no, e nel dolore fisico restava serena.

Nacque una bella bimba con i capelli di pelliccia rossa e gli occhi nocciola che fu presto chiamata Renarde.

La piccola Renarde creebbe amata e protetta dal bosco fino al compimento del quindicesimo anno di età quando in un tiepido pomeriggio d’autunno mentre era presa a giocare con le foglie di larice fu sorpresa dal ritorno della giovane volpe che, effettivamente, non aveva mai davvero incontrato e che eppure tanto bene conosceva.

La volpe sapeva chi fosse Renarde e Renarde sapeva chi fosse la volpe e così, in silenzio, si accompagnarono sulla soglia della casetta di pietra accanto al ponticello vicino al fiume.

Moglie e marito erano intenti a sfornare un pan giallo e molto si sorpresero quando videro la bella Renarde rientrare in casa assieme alla giovane volpe che fecero accomodare alla tavola e  cui offrirono una fetta di dolce e un buon bicchiere di sidro.

La volpe si trattenne di nuovo per la cena e si coricò al tepore del fuoco per un’altra notte, tuttavia, quando il sole stava per sorgere la coppia decise di disturbarne il sonno, nel timore ch’ella di nuovo andasse via senza poterle chiedere:

–          Cara amata volpe, tu ci hai regalato la gioia più grande della vita, la nostra piccola Renarde, tuttavia, per tanti anni ci siamo chiesti quale sortilegio l’avesse colpita perché non abbiamo mai saputo se davvero ci fossimo divisi con esattezza le tue dieci lacrime di riconoscenza…

–          Cari amici, che con tanto affetto mi avete accolto nella vostra confortevole casa, in realtà, la postilla che vi offersi fu sì una prova, ma,  che l’amore che tanto onestamente dimostravate di provare l’uno verso l’altra fosse sincero e reciproco. Vi siete fidati, non soltanto di voi, ma anche di me. Per questo nessun incantesimo ha colpito la bella Renarde. Piuttosto, l’amore pieno di fiducia in cui negli anni ha vissuto vostra figlia ha contribuito a liberare me da una magia che tanto tempo fa m’inflisse la vecchia strega del bosco confinando la mia anima di principe triste, egoista e avido nel corpo di una volpe costretta a vagare finché non avessi trovato qualcuno in grado di dimostrarmi cosa fosse il vero amore.

Già la prima notte, in verità, mi avevate dimostrato sincero affetto, lo stesso , in quello che era il mio egoismo, decisi di sottoporvi a un’ulteriore prova. Tornare qui oggi mi ha convinto di quanto la buona fede vi avesse sempre guidato e per la seconda volta mi avete commosso.

La volpe pianse altre dieci lacrime e d’improvviso si trasformò nel bel giovane che era già stato il principe.

Il bel giovane, che in segreto si era subito innamorato della bella Renarde e lei di lui, decise che non sarebbe mai più tornato al castello e sarebbe per sempre rimasto a vivere nel bosco.

E così fu, i due giovani presto si sposarono e tutti vissero per sempre felici e contenti.

casa sul fiume