Hope of Deliverance

When It Will Be Right, I Don’t Know.
What It Will Be Like, I Don’t Know.
We Live In Hope Of Deliverance From The Darkness That Surrounds Us.

Paul McCartney

 

Nella vita di Chiquita Madame nelle ultime sei settimane sono avvenuti due fatti sconcertanti:

  • la conoscenza di un Professore-Luminare- Candidato al Nobel che le ha permesso di entrare in un protocollo sperimentale che in soli cinque giorni dall’inizio delle nuove terapie non solo l’ha rimessa in piedi, ma, le ha fatto accantonare  deambulatore e stampelle e archiviare completamente l’idea del “che resto di vita di merda che mi aspetta”
  • la conoscenza di un uomo nuovo, meglio noto come l’Orso Marsicano, capitato in un momento talmente inappropriato dell’esistenza di Chiquita Madame da esserne diventato non soltanto il fidanzato ma anche la figura cardine che accompagna le sue giornate. Dal mattino alla sera.

Essere passati da una condizione di infermità fisica e una forma mentis ormai stabilizzatasi sull’accettazione della malattia e un destino inesorabile a una in cui non soltanto può camminare normalmente, ma anche non provare dolore, saltare, andare a cavallo, fare l’amore, fare la spesa, guidare la macchina, fare tardi la sera, programmare viaggi, ma anche soltanto una serata alle terme, ha gettato la povera Chiquita Madame in uno stato di euforia tale da non riuscire, talvolta, a contenere le urla di gioia.

Tuttavia, la notte capita sempre che Chiquita si svegli in preda al panico, con le fauci secche come se le avessero cacciato in gola un pugno di sabbia, che si tasti convulsamente le gambe e le braccia per controllare che tutto funzioni regolarmente. E succede che ogni risveglio, prima di scendere dal letto, aspetti almeno cinque minuti in cui  respira nel terrore puro di scoprire che è finito tutto. Che è stato un al lupo! al lupo!, un bellissimo sogno, un’illusione. Un inganno di proporzioni gigantoscopiche. Una beffa dell’Altissimo.

Lo stesso, per ora si gode questa meravigliosa seconda opportunità. Questa vita nuova. Questa grande, infinita bellezza.

 

Call it fate, call it karma

So don’t you wanna remind me?
I don’t know a thing
And some of us remember
And some run in their place

The Strokes

Chiquita Madame oggi è nella giornata deambulatore. Chiquita Madame è triste, non disperata. Soltanto triste. E, nonostante l’amico L. tenti di corroborarle lo spirito dicendole che più passa il tempo più si convince che prima o poi lei farà la fortuna di un uomo speciale, più Chiquita pensa che non vi sarà mai via d’uscita né a questa malattia, né a questa virtuosa anomia in cui stringe la sua quotidianità.

Chiquita Madame non ha divulgato ai quattro venti il suo stato di salute. Ha preferito non informarne il regno intero, per pudore, per educazione verso il dolore, perché non gradisce la compassione, perché non concepisce avere attenuanti. Perché tutto andrà bene alla fine, e se non va ancora bene vuol dire che non è ancora arrivata la fine.
Tuttavia pensava a quant’è strano che nessuno su facebook si sia accorto che ormai tutte le foto che pubblica sono scattate mentre sta seduta.

Chiquita Madame è passata due volte sotto casa di Richard Burton di recente. Per due volte si è girata di scatto per vedere se le finestre della sua villa fossero aperte. Che poi non sarebbe cambiato niente, ma, almeno avrebbe saputo che lui è vivo. Che lui è ancora lì e non in qualche parte nuova del Mediterraneo.

Chiquita Madame, nonostante tutto, continua ad avere una  più o meno regolare vita sessuale, con questo o con quello. Tuttavia, fare sesso quasi non le piace più. Fare l’amore è diventata una mera pratica contro l’isteria. Quasi una prescrizione medica. Spesso si annoia, la maggior parte del tempo spera che duri poco.
Sabato sera Pattinson dopo averle espresso le sue preferenze per un determinato genere pornografico le ha chiesto: e tu? che ti piacerebbe fare? Chiquita ha risposto: onestamente…?! mi basterebbe pomiciare.

I baci Bernardo, nella vita bisogna saper ba-cia-re.

E con questo, Chiquita Madame passa e chiude.

I don’t believe you

I don’t mind it
I still don’t mind at all
It’s like one of those bad dreams when you can’t wake up
Looks like you’ve given up, you’ve had enough
But I want more no I won’t stop

P!nk

Certi momenti Chiquita Madame perde la cognizione di sé, dimentica dov’è, perché, cosa sta facendo. Sono delle micro-frazioni che durano un attimo, talvolta due, in cui tutto si annebbia.

Tempo fa le è successo perfino mentre tornava in macchina dalla sua magione nell’Umbriashire.

E’ desolante fare di una malattia il proprio argomento di conversazione, per questo Chiquita ne scrive, perché, con gli altri, quasi nessuno riesce a toccare l’argomento. Non è esattamente una negazione, quanto un’imposizione ch’ella fa a se stessa: non permettere ai suoi dolori di prevalere sul buon senso, sul ricordo che pretende che gli altri conservino di lei, ch’essi non pronuncino mai un ‘Povera Chiquita Madame!’.

Due notti fa Chiquita Madame ha sognato il giorno del suo funerale, la folla, la bara di larice in cui pretende di essere sepolta quando e se sarà, perché metti invece una fatalità, un colpo normale, come alle persone normali, invece che quest’agonia per sempre e non ci lasceremo mai? Sul pulpito saliva Pattinson che dopo averla ricordata come una donna non soltanto famosa per la sua bellezza, la sua brillante intelligenza e rinomata comicità, la cita come il culo più bello  su cui uomo libero abbia potuto posare gli occhi, sottolineando E lei avrebbe voluto che lo dicessi! e tutti i partecipanti gay e non, si guardano l’un l’altro con un cenno d’approvazione reciproca. Che strano, morire in sogno.

Poi ci sono serate normali, tipo ieri che è passato per la sorpresa del martedì A. per portarla a cena fuori e lei aveva già cenato e lei è andata lo stesso e lui le ha detto che Come sei bella oggi con questi occhi stanchi. E Chiquita ha sorriso e ha pensato che strano, essere bella con gli occhi stanchi.

Tra esattamente due mesi Chiquita e A. partiranno per un we a Parigi. Per l’occasione è stata prenotata una suite con vista Sacre-Coeur con Jacuzzi in stanza e champagne di benvenuto. La verità è che di tutto il mondo affettivo che la circonda lei si fida soltanto di A. quando si tratta di partire. Di nessun altro e soltanto di lui. Che da uno sguardo prevede uno svenimento, che conosce ogni medicina, che quando il sasso che ha in testa le annoda tutta la fronte la guarda e dice mannaggia, mò, sdraiati. Che alle Seychelles col sole alto e l’umidità al 98% decideva di incollarsi borse, macchine fotografiche e perfino Chiquita Madame, pur di non vederle il fiato corto.
Perché l’amicizia può essere un amore splendido, forse l’unico che ha mai conosciuto Chiquita.
E di questo, non può ch’essere grata.

 

Spirit in the Sky

When I die and they lay me to rest
Gonna go to the place that’s the best
When I lay me down to die
Goin’ up to the spirit in the sky
Goin’ up to the spirit in the sky
That’s where I’m gonna go when I die
When I die and they lay me to rest
Gonna go to the place that’s the best

Norman Greenbaum

Chiquita Madame ha vissuto uno splendido mese da asintomatica.

Una mattina, dopo una settimana di un’influenza così tosta che pensava avesse contratto anche la ZIKA, si è svegliata e non aveva sonno, non le facevano male le gambe, non le doleva la schiena, non le davano fastidio i rumori, non sentiva rimbombi e…udite! udite! riusciva perfino a non pisciarsi sotto. All’inizio ha pensato bene di convocare subito un concilio Vaticano straordinario per gridare Al miracolo! invece, dopo attenta riflessione, ha deciso di chiamare il suo fantastico pool di medici Teletubbies e chiedere:

  • Senti un po’ dottorì… ma niente che niente ve siete sbagliati e io so sana come un pesce o miracolata di Lourdes?!

I Teletubbies all’unisono hanno sorriso e poi con sguardo compassionevole spiegato che le altalene sono una costante dell’annosa malattia che corrode l’esistenza di Chiquita Madame, di godersele, non abusarne e non credere nelle parabole, lei non è Lazzaro e presto o tardi tornerà a camminare come uno dei ballerini zombie di Thriller.

Chiquita Madame ha preferito vivere i suoi giorni da persona sana pianificando imprese iperboliche, allenamenti di fitness che non ha potuto fare, serate danzanti in discoteca nemmeno fosse stata una groupie degli ABBA, visite culturali inutili e viaggi in capo al mondo. In generale è riuscita soltanto a sentirsi generalmente meno stanca e a non farsi compiangere mentre si alza dal sedile della metro. E’ in compenso riuscita a:

– fare molto tardi per ben tre sabati di fila
– visitare Nonna Iolaide spesso e volentierti
– vedere più di un amico per recuperare lacune d’intimità ormai simili al cratere del Monte Fato

Poi, pochi giorni fa si è alzata dalla sedia e ha sentito una fitta lancinante alla schiena, è caduta e ha capito che DAS MONSTER era tornato dalla vacanza. Si sono stretti la mano, lui si è accomodato sul culo di Chiquita Madame e le giornate hanno ripreso a scorrere più o meno come prima di un mese fa.

Ad oggi il cambiamento sostanziale sta nella forma che stanno assumendo le gambe di Chiquita Madame: due zampe di gallina gonfie e un po’ storte, livide e piene di ristagni linfatici. Le due zampe di gallina stanno di molto aiutando il livello di sottostima di Chiquita Madame a raggiungere quote talmente basse da scendere giù al centro della terra.

Il morale resta lo stesso stabile, fatta eccezione di picchi di rabbia e misantropia che la portano a scontri con Herr Mutter, i parcheggiatori abusivi, l’infido Capo e a vivere momenti di autoesilio in cui non parla, guarda musical con Gene Kelly in loop e vuole vedere nessuno e resta sul divano a piangere non tanto la disgrazia della sua malattia quanto la presenza ingombrante della cellulite mugugnando sommessamente “volevo essere almeno una malata sexy…”

E il resto, come va? Il resto non c’è. Ci sono gli amici, ormai pochi, pochi, ma buoni, buoni. Restano tanti ricordi, alcuni belli, tanti orribili e resta un’enorme assenza d’amore nella vita di Chiquita che lei desidera volontariamente sforzarsi di non compensare con alcun surrogato della figura di un fidanzato. Forte della fresca visione di ‘Perfetti sconosciuti’ la vita di coppia non le manca affatto, al contrario.
Il dialogo con l’Altissimo resta, per fortuna, costante, così come l’elenco dei perché che ogni giorno gli sottopone. Al momento, Chiquita è in attesa che il famoso lei motiv Todo Cuadra le spieghi un paio di fatterelli, per il resto è solo noia.

 

 

 

 

Carissima Nonna

Ma io sono viva nonna, il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto. Tenerlo in mano e metterlo in tasca, spostarlo sul comodino come fosse un fiore in un vaso, uscire, poi rientrare e ritrovarlo lì. Come potremmo vivere senza placare la memoria, che non vuol dire arrendersi, o dimenticare, ma lasciare che il caldo si raffreddi, che il bagnato si asciughi, che ogni cosa si trasformi e nasca un inizio da ogni fine. Che la fame si sazi per tornare a essere fame. Che il desiderio si estingua per rinascere. Che il sonno dia pace alla stanchezza per avere sonno di nuovo. Ogni minuto della vita gira attorno a qualcosa che non c’è più perché qualcos’altro possa accadere. Guarda. I bambini smettono di piangere l’assenza della mamma, all’asilo, e le corrono incontro ridendo quando torna. L’hanno dimenticata, in quelle ore? Ti amputano una gamba dopo un incidente, come è successo a papà, e con la protesi riprendi a camminare e persino a guidare la moto. Hai dimenticato la tua gamba oppure è proprio perché la ricordi – e insieme ne sopporti l’assenza – che puoi ancora muoverti nel mondo? C’è bisogno di essere felici, nonna, per tenere testa a questo dolore inconcepibile. C’è bisogno di paura per avere coraggio. l’assenza la vera misura della presenza. Il calibro del suo valore e del suo potere.

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

 

 

La Scomparsa di Chiquita Madame      

Tragedy is a foreign country. We don’t know how to talk to the natives.

Da ‘The Disappearance of Eleanor Rigby’

Chiquita Madame decise di non dare troppe spiegazioni quando chiuse queste pagine al suo gentile pubblico.

Chiquita Madame stava vivendo un periodo di assestamento tettonico da cui si è sviluppata l’attuale derivazione dei continenti in cui si è fermata a vivere.

Alcuni hanno scritto, in tanti hanno bussato alla porta della sua casa chiedendo di entrare, almeno per un caffè. La verità è che le dispense di casa Madame sono rimaste a lungo più che vuote, svuotate, come prima di una lunga partenza, non tanto dagli altri, ma, soprattutto da se stessa. Per questo motivo,di caffè o the non se ne potevano proprio offrire.

Il perché di tanto fuggire risiede particolarmente nel risveglio di una mattina di circa sei mesi fa, in cui le gambe di Chiquita Madame smisero di funzionare. Mentre si illudeva che fosse solo una brutta tendinite causata da banale sovrallenamento sportivo, Chiquita  lasciò passare i giorni e poi i mesi, pretendendo di continuare come se nulla fosse nel suo normale quotidiano. Anche se alzarsi da una sedia con la stessa scioltezza di prima era diventata un’impresa e trattenere la pipì una scommessa contro il tempo.

Un giorno di Agosto, mentre sedeva sul sedile posteriore di un motorino modificato che correva forte nella giungla dell’isola di Ko Phangan si è resa conto che non sarebbe più riuscita a scendere. Allora e solo allora ha accettato l’ipotesi di vedere il medico giusto e fare le analisi giuste.

Oggi sono esattamente tre mesi da quando Chiquita Madame ha iniziato una massacrante terapia del dolore che l’ha portata a isolarsi da quasi tutto il circostante, a non uscire di casa se non per andare nell’Umbriashire e sdraiarsi sul divano e spararsi inesorabili maratone di film in costume.

Poi un giorno l’amico A. ha chiamato Chiquita e le ha detto che volente o nolente avrebbe dovuto cominciare a valutare l’ipotesi che il divano e un bagno a portata di mano non potevano essere una soluzione e che avrebbe dovuto cominciare a considerare la possibilità di tornare, nonostante tutto, a una vita normale. A una vita normale, nonostante tutto.

E così tra una riabilitazione e l’altra Chiquita Madame ha cominciato a riaffacciarsi al presente.

Non ci riesce sempre, ma si trascina, si autoconvince, respira dieci volte prima di provare ad alzarsi nella speranza di prendere tempo e che nessuno si accorga di come muove le gambe.

Da una settimana ha ricominciato a portare i tacchi. Sempre da seduta.

La verità è che certe tristezze sono come i paesi stranieri. Non sappiamo mai come comunicare coi nativi.

Storia di una giovane volpe e di come imparò ad amare

Tanto tempo fa, in un regno lontano, lontano, vivevano moglie e marito in una casina di pietra nel bosco, proprio accanto al ponticello vicino il fiume.
La coppia era modestamente felice, viveva di lavori di fatica, mangiava con parsimonia e trattava con affetto i fedeli animali del cortile. Dodici stagioni erano passate dal giorno delle nozze e la coppia che desiderava più di ogni cosa essere benedetta dalla nascita di un figlio, sera dopo sera, pregava il Signore facendo l’amore.
Un pomeriggio freddo d’Inverno che soffiava forte il vento gelido dell’Ovest una giovane volpe affamata bussò alla porta della casina di pietra. La moglie aprì e sorpresa chiese alla volpe cosa desiderasse. La volpe disse che aveva fame e il profumo dello stufato l’aveva spinta a bussare. La donna accolse la giovane volpe alla sua tavola, la sfamò con un bel piatto di stufato caldo e un bel pezzo di pane croccante.

La sera quando il marito tornò dal bosco non si sorprese della presenza del nuovo ospite, anzi, con la generosità che gli era tipica offrì alla giovane volpe il calore del suo fuoco e un riparo per la notte.

Al risveglio la coppia constatò con tristezza che la giovane volpe se n’era andata, tuttavia, aveva lasciato la tavola apparecchiata per la colazione e una piccola bottiglia di cristallo accompagnata da un biglietto:

Contiene dieci lacrime di riconoscenza. Se entrambi ne berrete metà ciascuno sarete presto ripagati dalla nascita di una bella bambina, ma, ricordatevi di berne l’esatta metà a testa, altrimenti un sortilegio ricadrà sulla nascitura.

La coppia pensò a lungo su come fosse possibile misurare l’esatta metà di una bottiglietta di dieci lacrime. Per tre giorni e tre notti pensarono assieme a una soluzione, ma, solo il compromesso d’affidarsi alla sorte divenne possibile.

Sedettero l’uno accanto all’altra e prima che calasse il sole del quarto giorno, con mano tremante prima lui e poi lei bevvero dalla bottiglietta. La notte si coricarono l’uno accanto all’altra e con speranza fecero l’amore. Poco tempo dopo la moglie constatò con felicità di essere incinta, ma, superata la gioia iniziale subito fu presa dal timore di non aver bevuto l’esatta metà delle lacrime della volpe e cominciò a tormentarsi. Il marito spaventato che la moglie potesse cadere pazza decise di andare alla ricerca della volpe per chiederle il perché di un regalo tanto bello e crudele al tempo stesso.

Dopo aver girato tutto il bosco dieci e dieci volte, sconfitto dal freddo, l’uomo tornò a casa dalla moglie che lo accolse serena e lo rassicurò dicendogli di come nella solitudine si fosse convinta che per quanto grande potesse essere il sortilegio avrebbero amato lo stesso la loro bambina tanto più se fosse nata speciale.

L’uomo rincuorato si lasciò sfamare con un piatto di zuppa calda e una fetta di pan pepato e poi si sedette accanto al fuoco abbracciando stretta la moglie.

Passarono così otto mesi e 28 giorni e una notte calda e piena di stelle la donna fu presa dalle doglie. Il marito temeva molto per la vita della consorte e della figlia, la moglie no, e nel dolore fisico restava serena.

Nacque una bella bimba con i capelli di pelliccia rossa e gli occhi nocciola che fu presto chiamata Renarde.

La piccola Renarde creebbe amata e protetta dal bosco fino al compimento del quindicesimo anno di età quando in un tiepido pomeriggio d’autunno mentre era presa a giocare con le foglie di larice fu sorpresa dal ritorno della giovane volpe che, effettivamente, non aveva mai davvero incontrato e che eppure tanto bene conosceva.

La volpe sapeva chi fosse Renarde e Renarde sapeva chi fosse la volpe e così, in silenzio, si accompagnarono sulla soglia della casetta di pietra accanto al ponticello vicino al fiume.

Moglie e marito erano intenti a sfornare un pan giallo e molto si sorpresero quando videro la bella Renarde rientrare in casa assieme alla giovane volpe che fecero accomodare alla tavola e  cui offrirono una fetta di dolce e un buon bicchiere di sidro.

La volpe si trattenne di nuovo per la cena e si coricò al tepore del fuoco per un’altra notte, tuttavia, quando il sole stava per sorgere la coppia decise di disturbarne il sonno, nel timore ch’ella di nuovo andasse via senza poterle chiedere:

–          Cara amata volpe, tu ci hai regalato la gioia più grande della vita, la nostra piccola Renarde, tuttavia, per tanti anni ci siamo chiesti quale sortilegio l’avesse colpita perché non abbiamo mai saputo se davvero ci fossimo divisi con esattezza le tue dieci lacrime di riconoscenza…

–          Cari amici, che con tanto affetto mi avete accolto nella vostra confortevole casa, in realtà, la postilla che vi offersi fu sì una prova, ma,  che l’amore che tanto onestamente dimostravate di provare l’uno verso l’altra fosse sincero e reciproco. Vi siete fidati, non soltanto di voi, ma anche di me. Per questo nessun incantesimo ha colpito la bella Renarde. Piuttosto, l’amore pieno di fiducia in cui negli anni ha vissuto vostra figlia ha contribuito a liberare me da una magia che tanto tempo fa m’inflisse la vecchia strega del bosco confinando la mia anima di principe triste, egoista e avido nel corpo di una volpe costretta a vagare finché non avessi trovato qualcuno in grado di dimostrarmi cosa fosse il vero amore.

Già la prima notte, in verità, mi avevate dimostrato sincero affetto, lo stesso , in quello che era il mio egoismo, decisi di sottoporvi a un’ulteriore prova. Tornare qui oggi mi ha convinto di quanto la buona fede vi avesse sempre guidato e per la seconda volta mi avete commosso.

La volpe pianse altre dieci lacrime e d’improvviso si trasformò nel bel giovane che era già stato il principe.

Il bel giovane, che in segreto si era subito innamorato della bella Renarde e lei di lui, decise che non sarebbe mai più tornato al castello e sarebbe per sempre rimasto a vivere nel bosco.

E così fu, i due giovani presto si sposarono e tutti vissero per sempre felici e contenti.

casa sul fiume

L’esigenza

Ogni istante decidere
Ma il mio corpo è imperfetto e non basta più a sé
E’ una sete che so
Non mi lascerà più
[…]
E chiamai disordine
Quelle armonie in me
Credevo all’abitudine
Le parole amore mio
Serviranno a fingere
Che voglia non ho più di te
di te

Radiodervish

Magari non è così per tutti, ma, come direbbe qualcuno, Chiquita Madame è una femmina sentimentale che vive di ricordi proustiani al sapore di madeleine.

Aprile è un mese strano, Chiquita ne ha scritto per anni, della sua crudeltà e di come la primavera, piuttosto che offrirle quel senso di speranza che tanto caratterizza i pensieri pasquali la imprigioni in uno stato di immaginazione larvale fatta di sogni antichi e putrescenze cadaverine.

Ci sono odori che il tempo non laverà mai via. Il profumo del sapone di tiglio è il più doloroso di tutti. Chiquita Madame ne usò un flacone intero per pulire via il Lupo Cattivo.

Ci sono profumi che Chiquita non ricorda più o che forse non sono esistiti mai. Il profumo della neve all’alba misto al carbone dei camini che vegliano il sonno delle case sulle montagne. O quello della pelle degli uomini che non l’hanno amata abbastanza.

A Chiquita Madame sarebbe piaciuto conservare una goccia del profumo delle lenzuola nuove del suo corredo mal usato o dei campi di pannocchie rasate dall’autunno. Così ora che è sera e la notte s’appresta avrebbe potuto, magari, rivivere un momento bello.

Se esistessero le magie, se ci fosse un pensatoio in cui poter chiudere tutti i ricordi terribili e lasciare solo quelli splendidi.

Se solo mi lasci ti cancello fosse possibile.

Ma, le favole s’avverano nei film o tra le pagine dei libri e Chiquita Madame, inesorabilmente, deve fare i conti con la realtà e non con le fantasie.
La realtà vuole che negli ultimi giorni più di un uomo le abbia rinfacciato di non essersi più fatta sentire e che così proprio non si fa, soprattutto, che mi dici andiamo a cena dai e poi io ti chiamo e tu non rispondi.
Chiquita Madame è, in potenza, una Lannister e mantiene sempre i suoi debiti, ma, di recente fatica a guardarsi allo specchio e riconoscere il personaggio che gli altri pensano ch’ella sia. Fatica a sentirsi donna e a considerare il suo seno. A stento sente l’esigenza di vedere volti amici. Più che altro nel petto porta il peso di mille delusioni di sé e dell’altro. Di sé sopra ogni altra cosa e di tutti i traguardi che non ha raggiunto e chissà se mai, ne taglierà qualcun altro.
E’ che Chiquita Madame credeva nell’abitudine e non avrebbe mai pensato che le sarebbe mancato il tempo e che quello inesorabile sarebbe andato avanti con le vite degli altri lasciando lei appesa, chiusa in un bozzolo da cui non riesce a volare via farfalla.

Monsters

I’m friends with the monster that’s under my bed
Get along with the voices inside of my head
You’re trying to save me, stop holding your breath
And you think I’m crazy, yeah, you think I’m crazy

Eminem/Rihanna

Esiste un limite al terribile oltre il quale anche l’essere umano più sfortunato per legge divina non dovrebbe mai essere costretto?

C’è qualcosa che stravolge tutte le notti di Chiquita Madame da quando ha undici anni, un sogno scuro e oscuro, ineffabile come gli incubi, terrificante come solo la paura infantile sa esserlo. C’è un mostro nascosto sotto il letto cui Chiquitita non riesce a dare volto, perchè i mostri sono uno e due e tre e troppi.
Un mostro che negli anni si è cibato delle sue insicurezze convincendola di essere disprezzabile e deprecabile, non meritevole, non lodevole, mediocre e inutile.
Nonostante i successi accademici ottenuti, gli uomini impossibili conquistati, Chiquita Madame, nel tempo difficilmente ha imparato a sentirsi sicura e protetta dall’esterno. La prospettiva di un nuovo viaggio, del potere inusitato della carta di credito, dell’abbraccio di un amico, di un pezzo di cioccolata fondente o di un piatto di pasta al pomodoro quando la giornata è andata storta riescono a confortarla. Il sorriso di Nonna Iolaide quando la vede arrivare nella sala comune e grida garrula ah! guardate! ecco la nipote più bella del mondo! lo sapevo che venivi oggi! vieni qua che nonna ti da un bacio! ecco, il sorriso di Nonna Iolaide, soprattutto, o il suo silenzio assorto quando divora felice una fetta di torta fatta in casa sanno renderla felice. Tuttavia, il Mostro di notte torna e si ciba del tepore delle coperte, del conforto supposto del sonno, del silenzio dei sogni. E sembra non bastargli mai. Perchè notte dopo notte dopo notte lui torna e sprezzante e impietoso non lascia tregua a Chiquita Madame che trema e si dibatte e piange. Chiquita Madame piange tutte le notti, nessuna esclusa. Come fa a esserne così certa? perchè non c’è persona che non abbia dormito con lei che non sia stata costretta a destarla da sonno e sussurrarle preoccupata svegliati! è solo un incubo. La verità è che non è solo un incubo, è la realtà dei fatti che di giorno, grazie alla luce del sole, si fa più lontana e di notte con le difese abbassate vince su tutto come Gmork.
Chiquita Madame ha sempre sognato di essere coraggiosa come un guerriero e di poter vincere nel paese della Mala Gènia. Chissà che le manca, se un amuleto o un animale porta fortuna o, piuttosto, solo un po’ di fiducia in se stessa e tutti i mostri forse se ne andrebbero lontani dal suo letto e la lascerebbero dormire tranquilla. Di notte.

Teach me how to be loved

Will you still be here tomorrow?
Or will you leave in the dead of the night?
So your waves don’t crash around me,
I’m staying one step ahead of the time.
Will you leave me lost in my shadows or will you pull me into your life?
Teach me how to be loved?
Can I give myself just one more second chance?
And put my trust in love,
Please don’t hurt me.
If I make myself like a feather in you hair
And put my trust in love,
Please don’t hurt me.

 

Rebecca Ferguson

 

Chiquita Madame oggi è stata vittima di un autogol.

Scriveva su whatsapp all’amico e confidente Ninni e parallelamente riceveva un altro messaggio da A. che però non è confidente come Ninni.

Chiquita Madame, probabilmente, deve aver abbassato la soglia del multitasking, sta di fatto che ha confuso le chat e scritto ad A. quello che voleva scrivere a Ninni. In particolare, Chiquita Madame con lo squisito linguaggio da Madame Castiglione di noantri a involontariamente confessato ad A. di non aver più voglia di fare sesso, di aver rifiutato ben due proposte facili d’abbocco da ben due uomini diversi e di sentirsi molto meglio seppur, in quei rari momenti in cui lei smette di girare intorno al mondo e si fermi a pensare, i pensieri se ne vadano ogni tanto all’uomo ormai Innominabile e che beh, e che la cosa le mette parecchia tristezza.

A., sebbene non rientri nella ristretta cerchia di superconfidenti di Chiquita Madame, è un ottimo amico: fedele, presente, affettuoso, premuroso. A. non conosce il lato brutto di Chiquita quello che quando piange le si scioglie tutto il rimmel sulla faccia e lei continua a piangere lo stesso più forte di prima, quello che se qualcuno le suona con il clacson o le fa un gestaccio in macchina le scatena una rabbia incontenibile da diavolo della Tazmania che le fa sognare di essere armata di kalashnikov e partire con un genocidio di massa, quello che quando Chiquita è ben provocata nei suoi punti sensibili sia in grado di trasformarsi nella Maga Anna Maria Galanti in grado di lanciarti jatture degli antichi che fanno tremare le vene dei polsi anche a Goebbels. A. tutto questo non lo sa, ma, Ninni sì. Ninni l’ha vista in momenti belli e bruttissimi. A. solo nei momenti belli. Chiquita si è vergognata moltissimo, si è fatta rossa e poi viola, poi ha un po’ iperventilato e poi ha chiesto scusa, scusa, scusa. E lui, ma non hai fatto niente. E lei penserai che sono una scaricatrice di porto. E lui ma va, io ti voglio bene lo stesso così come sei.

La verità è che Chiquita Madame non è abituata a essere amata così com’è anche se, disperatamente, è ciò che desidera sopra ogni cosa.

E’ che, non sapendo come funzioni e come ci si sente, l’idea di deludere quelli cui vuol bene la getta in uno stato tale di prostrazione da levarle la fame e seccarle le fauci.

A differenza del sentimento che prova teme sempre che l’altro, gli altri, con la stessa facilità con cui le hanno dato affetto siano pronti a rilevarglielo.

Chissà se un giorno imparerà ad avere quella giusta fiducia capace di convincerla che nonostante tutto, la forma d’amore più grande sarà sempre quella che da sola potrà donare a se stessa.